quinta-feira, 16 de setembro de 2010

Pe. Vicente - artigo publicado em San Doná di Piave - Veneza

P. Vincenzo Tonetto, il “padre dei poveri”
Domenica 12 Settembre 2010 17:33

Il caro padre Vincenzo Tonetto è ritornato alla Casa del Padre, venerdì 10 settembre, alle ore 20.10, a due mesi dall’incidente, avvenuto a Calvecchia il 5 luglio, che gli ha causato l’immobilità degli arti. Avrebbe compiuto 83 anni il prossimo 28 ottobre.

Negli ultimi lunghi giorni d’ospedale, pur completamente immobilizzato, p. Vincenzo cercava di parlare (bisognava leggere le labbra, perché la voce era interrotta dal tubo dell’ossigeno), e nei momenti più vivaci riusciva ad offrire ai visitatori il suo tipico occhiolino e sorriso.

Si è spento progressivamente (ha perso coscienza solo gli ultimi due giorni), il giorno dopo il termine della novena pregata a San Donà e in varie parti del mondo, oltre che dai confratelli Saveriani in Italia.

Era ritornato in Italia ad inizio estate di quest’anno per festeggiare assieme agli altri confratelli il 50° di sacerdozio (era previsto per il 15 luglio a Parma), speso per la quasi totalità tra i poveri del Brasile.

Domenica 18 ottobre dello scorso 2009, con la forza della sua voce, aveva invitato i fedeli riuniti nel Duomo di San Donà a dare aiuto proprio a quei poveri. Pochi giorni dopo p. Vincenzo ripartì per Piracicaba, la missione del sudest del Brasile a 150 km da San Paolo, dove lo avevano destinato i superiori.

Era un po’ restio a rientrare in Italia, poiché il lungo viaggio pesava sempre di più per la sua età: “Non ho molta voglia di viaggiare dopo gli 80; il viaggio è molto lungo e stanca… Preferisco convivere con questi poveri e mi sento bene”, scriveva nel maggio 2009.

Tuttavia, tra i suoi parenti, sempre vicini ed affettuosi, e gli amici di Calvecchia e San Donà (in particolare i membri del Gruppo Missionario P. Sergio Sorgon, per i quali ha sempre avuto un ricordo particolare) si sentiva sempre bene accolto e perciò soggiornava volentieri qui, pur con il desiderio del Brasile.

Nel 2004 era dovuto rientrare dalla missione per curare una gamba fratturata cadendo con la moto in una visita ad una favela di Londrina (Stato del Paranà). A Calvecchia subì un altro incidente in bicicletta che gli procurò una seconda frattura del femore. Ma con la tenacia, la forza di volontà che lo distinguevano, aveva convinto anche i suoi superiori a lasciarlo ritornare in Brasile. Dopo lunga riabilitazione e un secondo rientro nel novembre 2005, ai primi di gennaio del 2007 era ritornato definitivamente in Brasile, ad 80 anni e un femore spezzato in due punti!

P. Vincenzo era un uomo di grande bontà e simpatia, di disarmante semplicità e coraggio, che lo portavano a gesti anche fuori dall’ordinario, come quando convinse gli amici barbieri a chiudere la bottega per celebrare lì dentro l’Eucarestia, con chi era presente…

La vocazione missionaria di p. Tonetto (sono suoi cugini i due missionari p. Gino e Marcello Sorgon) si sviluppò in seguito alla visita di un parente, missionario saveriano in Cina. Vincenzo aveva già diciotto anni e da principio venne scoraggiato dall’allora cappellano di Calvecchia (che non era ancora parrocchia) ad intraprendere la strada delle missioni. Due anni dopo, però, entrò nel seminario saveriano di Vicenza.

Nel 1960 fu ordinato sacerdote a Parma (sede della casa madre di questo ordine religioso) e nei primi giorni del 1962 partì finalmente per il Brasile, dopo la commovente cerimonia della consegna del crocifisso, proprio nella chiesa di Calvecchia.

“Mi trovo al sud di Paranà, in una parrocchia che si estende per tre volte la Diocesi di Treviso.S iamo in 4 Padri tutti uniti per ordine dei Superiori e bisogna andare a trovare i cristiani che sono lontani 80 e 90 chilometri…” scriveva a mons. Dal Bo nei primi mesi di missione.

Un particolare ricordo d’affetto p. Tonetto lo aveva per suo nonno “Cencio”, grazie al quale divenne missionario. Quest’uomo di fede era gran amico di mons. Saretta e faceva parte dei Cappati del Duomo. Tenne a Cresima Vincenzo e diceva che sarebbe stata la sua gioia più grande vedere il nipote sacerdote. Scriveva p. Vincenzo: “Dico sempre alla gente: Posso dimenticare tutto quello che i Padri missionari mi hanno insegnato: ma mai dimenticherò la fede e la vita di preghiera del nonno e dei miei genitori”.

Purtroppo sia il nonno che il papà morirono poco prima dell’Ordinazione sacerdotale, cui partecipò la mamma ancora vestita a lutto…

Dopo la prima esperienza missionaria tra gli indios della foresta dello stato del Paranà, per diciassette anni operò nell’attiguo stato di San Paolo, a Piracicaba (che significa “Dove il pesce muore”), dove pian piano costruì le varie opere parrocchiali. Fu in seguito destinato a varie altre parrocchie.

Dal 2000 fu a Londrina (la città del caffè) gestendo la Parrocchia dei “Cinque congiunti” (quartieri), per ritornare negli ultimi anni a Piracicaba.

Erano sempre frequenti sue lettere o cartoline agli amici (a mano o con la sua Olivetti), al gruppo missionario del Duomo, per un semplice saluto o augurio. Nei primi anni di missione era assai fitta la sua corrispondenza con la Parrocchia e in molti Foglietti Parrocchiali sono pubblicate le sue lettere.

Scriveva nell’aprile 1968 al grande amico, il parroco Dal Bo: “…Speriamo che S. Donà sia una parrocchia benedetta dal Signore, ma già il fatto di avere essa più di 30 sacerdoti e tra questi alcuni Missionari, sta a dire che la benedizione del Signore c’è. Quante anime che desiderano il sacerdote, ma quanto pochi sono ancora i sacerdoti che possono soddisfare tale desiderio!”

E dopo il suo primo periodo di riposo in Italia, al suo rientro in Brasile scriveva dalla sua nuova Parrocchia di duemila chilometri quadrati (aprile 1969): “Si chiama Ortigueira e il patrono è S. Sebastiano (…) La popolazione registrata risulta di 45.000 abitanti, ma supera i 50.000, quasi tutti «caboclo», gente poverissima. Mi trovo solo con una trentina di Cappelle, che ancora non conosco…

La chiesa parrocchiale è un baraccone di legno, senza sacrestia e senza tabernacolo. La casa del Parroco è discreta, ma manca tutto (…) Qui ci vorrebbero i 25 sacerdoti di S. Donà. O mattacchioni di Cappellani, prima di andare parroci, dovreste passare 6 mesi con me, per conoscere la dura realtà di cento altri mondi; e dopo sareste degli ottimi parroci.

Non lasciatemi solo, nei boschi del Paranà! Qui a Ortigueira c’è un vostro figlio che sta trasmettendo la vostra fede «aos pobros des Reino de Ceu»: aiutatemi affinché questa fede sia autentica.”

Un confratello saveriano, che lo ha visitato in ospedale prima di rientrare in Brasile, confidava che in missione padre Vincenzo lavorava sodo, soprattutto con i battesimi, le Eucarestie e le visite, nonostante l’età.

“Se dovessi nascere,” - confidava p. Vincenzo - “sarei ancora missionario, e saveriano. Bisogna pregare perché Dio mandi nuovi missionari: la messe è molta, ma gli operai sono pochi… Senza di Lui non si può fare nulla: la Chiesa è per sua natura missionaria”.

P. Vincenzo richiamava sempre noi ricchi ad aiutare i poveri. Scriveva nel 2007: “Sono pochi che imitano il Cristo: nasce povero, vive povero e finisce sulla croce nudo: non è facile seguirlo”.

Quando nel 1985 il parroco mons. Bruno Gumiero andò a visitarlo nella sua missione di Piracicaba, poté constatare la laboriosità pastorale e la povertà di vita di p. Vincenzo: “Qui la fame c’è sempre, e qualcuno di questi affamati mi ha detto: quando torna in Italia dica che P. Vincenzo è il padre di noi poveri”.



Grazie Signore per padre Vincenzo, per la sua fede, per la capacità di creare rapporti di sana e fedele amicizia, per la sua semplicità, per i suoi ultimi giorni di missione in questa terra, che ti ha offerti nella sofferenza, ma sicuramente con il desiderio di abbracciarti in Cielo, da dove avrà un occhio particolare come sempre per i suoi poveri del Brasile. Che il suo esempio possa suscitare nuove vocazioni sacerdotali e, in particolare, per i missionari saveriani.


Marco Franzoi




I Saveriani

Il carisma saveriano è di portare Cristo ed il suo Vangelo lì dove non è conosciuto. Fu l’arcivescovo di Parma, il beato Guido Maria Conforti, a fondare la congregazione dei Saveriani nel 1898.

Questi religiosi si ispirano a San Francesco Saverio, il quale fu tra i primi compagni gesuiti di Ignazio di Loyola, inviato come Nunzio Apostolico in India. Di qui passò ad evangelizzare le Molucche e quindi il Giappone. Quando Saverio decise di continuare la sua missione in Cina, sopraggiunse la morte, che lo colse nel 1552 nell’isoletta di Sancian, a poca distanza da Canton. San Francesco Saverio è patrono delle missioni, assieme a Santa Teresa di Lisieux.

Con l’intenzione di inviare missionari in Cina, dove Saverio non era riuscito ad entrare, il beato Conforti inviò così i suoi missionari in questa terra d’Oriente.

All’instaurarsi del regime comunista di Mao, i Saveriani e gli altri religiosi furono però espulsi. Fu allora che il Papa li inviò in tutto il mondo, dall’America all’Asia.

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